| ...l'autore aderisce alla realtà e racconta i fatti riproducendo in modo verosimile situazioni e ambienti.
I personaggi sono descritti sia in modo diretto, perché l'autore c’informa
direttamente circa le caratteristiche fisiche, sociali e psicologiche, che in modo
indiretto, perché lascia anche al lettore il compito di ricostruire i tratti del
personaggio, analizzando le azioni in cui è coinvolto.
Lo stile ha un impianto classico e la lettura svolge fluida davanti al lettore. L’affabulazione è convincente ed è la prova dell’abilità narrativa dell’autore.
La trama funziona. I dialoghi sono ben costruiti e reggono l’emotività dei personaggi. La scrittura è prova dell’abilità affabulatoria dell’autore. * Piergiorgio Leaci

...ti faccio i complimenti per il tuo scritto. Potrei dire molto, e
molte cose, ma cerco di riassumerle dicendo che -tra i moltissimi lavori che
ci giungono- quelli che apprezziamo e che prendiamo in considerazione devono
avere una caratteristica soprattutto: devono avere coscienza di ciò che
sono.
O meglio, lo scrittore deve avere coscienza di ciò che sta facendo. Cioè,
scrivere.
E, credimi, è una cosa rara. Mentre le tue Tracce ce l'hanno, senza dubbio e
con forza. Tutto può essere migliorato o adattato. Ma quando esiste questa
consapevolezza, il risultato è sicuramente buono. *Guido Farneti

"Il libro di Cristiana Giuliani è decisamente avvincente. Gli indizi sapientemente miscelati e distribuiti come "tracce sporche" per tutto il percorso, ti fanno leggere il libro tutto d'un fiato.
Aggiungi a questo il linguaggio - frasi brevi nello stile Anglosassone - che contribuisce a mantenere alta la tensione. Un esordio sicuramente promettente...un buon acquisto in libreria" *F.to Ellen Andersen

Il bisturi poliziesco di Sara: Tracce sporche di Cristiana Giuliani
* Di Fabio Pierangeli
Si apre nel il segno dell’ossimoro il giallo di Cristiana Giuliani, Tracce sporche, Prospettiva editrice: non ne uscirà più, nella precisione chirurgica delle descrizioni, nelle scene movimentate, nelle corse senza respiro a cui la scrittura si piega, moto spericolata che tocca quasi terra nelle curve paraboliche, tenuta in strada da un abile pilota, mantenendo via via un certa tenerezza con cui si indaga l’azione dei personaggi, il loro farsi nella storia, senza scendere in intricati, e spesso noiosissimi, complessi psicologici, in cui Edipo e Medea sconquassano l’andamento della rugosa realtà, già di per se avventurosa e comunicativa. Dunque l’ossimoro: nel brevissimo capitoletto iniziale quello che si rivelerà presto il protagonista, Sandro,viene torturato brutalmente e abbandonato in fin di vita, tacciato di tradimento, o peggio di infiltrazione. Immediatamente dopo, la scena cambia, nel respiro di una grande foresta, nella pace della natura, dove lo stupendo personaggio di Sara, medico e scout, si appresta alla gita con i suoi compagni.
Con l’ausilio di capitoletti composti come altrettanti respiri cadenzati, con la possibilità di iniziare sempre da capo nella situazione, rilanciando la suspence, ma senza sconvolgimenti particolari dell’ordine temporale, fedele alla scelta di raccontare la superficie dell’azione, il movimento, il ritmo in presa diretta, la Giuliani si incammina su questa pista: facendo incontrare, nelle tracce sporche, il sangue e la pistola, l’angelo delle ferite e i killer che spargono sangue, attenta ad osservare il volto, le emozioni, le paure e gli stenti di una piccola truppa di attori verisimili di una storia metropolitana tra bande malavitose.
Così Sara, riunendo le labbra delle ferita, quel bel sole di fine settembre nella beata natura e il sangue che pure vi scorre, intravede, rimasta sola, attraverso il binocolo, una concitata scena di violenza, conclusa con quell’uomo lasciato in fin di vita su un albero completamente nascosto alla vista di chiunque (ma non alla curiosità di uno scout).
Saggiamo la scrittura della Giuliani, in questo punto iniziale ma paradigmatico del tenore dell’intero libro:
Abbassò il binocolo e se lo appese al collo, prese il cellulare dalla cintura e lo accese. I pochi secondi necessari all'avvio non passavano mai, e, purtroppo, come aveva immaginato, non c'èra segnale. Per dare l'allarme sarebbe dovuta scendere fino in paese, ma era solo una frazione e da lì il primo ospedale era a circa trenta chilometri. Il sole stava tramontando e lei era un medico. Si appoggiò contro il muro di protezione che delimitava l'ampio spiazzo dove avevano montato il campo; doveva ragionare rapidamente per poter prendere la decisione migliore. Considerò le varie possibilità: per arrivare in quel punto con la Jeep sarebbe dovuta tornare fino alla biforcazione a otto chilometri, e poi risalire lungo l'altra strada; quella zona non la conosceva, quindi, tolti i circa dieci minuti lungo il primo tratto tortuoso per tornare al bivio, non poteva determinare il tempo necessario per risalire e trovare il punto preciso. Di notte. Percorrendo a piedi il tragitto lungo il costone dentro la boscaglia, ci avrebbe messo dai venti ai trenta minuti per raggiungere la terrazza, all'incirca il doppio del tempo che le sarebbe servito per scendere a valle con la Jeep e dare l'allarme, ma, la metà di quello che stimava per l'arrivo dei soccorsi alla terrazza. Tornò a guardare verso il punto della caduta: quell'uomo, se era ancora vivo, aveva bisogno del suo aiuto. Dal campo vide Giordano e Carla di ritorno e s'incamminò per incontrarli.
Ora doveva sapere se era disposta a farlo: perché lei non aveva problemi a seguire il suo istinto di medico, ma doveva valutare la situazione, visto che quell'uomo non era vittima di un incidente e c'erano di mezzo delle armi. Lui non ne doveva avere, di armi, non aveva neanche tentato di usarne una. Restavano gli altri due. Sarebbe stata molto prudente nell'avvicinarsi alla zona, anche se, in verità, non capiva perché avrebbero dovuto essere ancora lì.
Quando incontrò Giordano e Carla, prese la sua giacca dalle mani della ragazzina e restituì a lui il binocolo esortandoli a raggiungere gli altri.
Ecco, il dovere del medico, tema straordinario, qui appena accennato, ma che, a mio modo di vedere, anche se non in maniera esplicita, informa sotteraneamente dei movimenti di Sara, nell’avvicinarsi all’uomo ferito a morte, Sandro. Non ha tempo per chiamare nessuno, deve agire da sola. La nobiltà dell’animo di questa ragazza si unisce (e dobbiamo ammirarla) all’istinto della sua professione, abbattendo la sacrosanta paura di vedersi piombare addosso quei signori violenti, non sapendo ancora, ovviamente, dove è il bene e dove il male. L’uomo è per lei, comunque, da salvare: assassino o assassinato, criminale o poliziotto, prima ancora della lecita domanda (centrale nel libro), chi è Sandro?.
Dentro la macchina complessa ma decisamente scorrevole del romanzo, Sara, corso il rischio di passare anche lei per una spia, indossa autorevolmente i panni della giustizia, rischiando nuovamente la vita. Bastano all’autrice pochissimi parole per descrivere lo stato d’animo, a livello di quello che appare, alla persona che a lei sta accanto:
“Sara?”
Lei rispose con un cenno del capo.
Barbara le mise la mano sulla spalla accostandole il collo della camicetta e sistemando una piega scomposta. “Non sei obbligata, puoi rinunciare, anche ora, se non te la senti.”
Sara si asciugò gli occhi. “È solo un momento, è da un po' che avrei dovuto farlo.” Si girò verso l'agente ostentando un sorriso nervoso. “Ora sto bene. Non preoccuparti, andiamo avanti.”
“Sei sicura?”
“Sì.”
Barbara le allacciò l'ultimo bottoncino, poi le prese delicatamente i gomiti tra le mani e cercò di rassicurarla. “Tranquilla, Sara! Qualche momento potrebbe sembrarti brutto, ma noi ti staremo sempre dietro, pronti a intervenire. È il nostro lavoro e lo facciamo bene, quindi fai solo quello che ti ho detto di fare e non preoccuparti.”
Sara sapeva che non era proprio così: ci sarebbero stati quegli otto, quindici minuti in cui, pur conoscendo la sua posizione, non avrebbero potuto fare nulla, e tutto sarebbe dipeso dalla bravura di Sandro o di Massimo. Ma non voleva pensare a tutte le cose che sarebbero potute andare storte in quei minuti. “Sono solo un po' stanca, ma ce la farò, vedrai.”
“Okay? Allora andiamo!”
Fece un profondo respiro e per un attimo chiuse gli occhi. “Non comincerò mai più”, poi annuì e uscirono dal bagno.
Non ho intenzione di raccontare nulla della trama, se non quello che il lettore ha già capito: una storia di tradimenti, infiltrazioni, in ultima analisi di amore e di amicizia, sempre in bilico con il mostro dagli occhi verdi che qui non è la gelosia, ma l’ipotesi, appunto, di scoprire nella persona che ti sta accanto un nemico, magari, l’attimo dopo di un bacio. Capire che in quella saliva ci sono le labbra amare di Giuda, il marchio dell’avidità, del potere, capace di traviare anche l’animo pacifico. Tra i pregi del libro, oltre il non sprecare sangue se non nei momenti di evidente necessità, sicuramente la scelta di non smontare le azioni come i cadaveri dei film pulp, tagliuzzati per metterli in valigia e risuscitarli dopo qualche ora, portati dalla corrente del sangue che scorre a frotte. Impegno certo più difficile, la Giuliani mira, nella precisione dei particolari, a raccontare quelle storie vere apprese nella frequentazione dei commissariati con linguaggio chiaro, avvolgente nel suo svolgimento diacronico, a parte qualche eccezione nei ricordi del protagonista che deve per forza frugare nel suo passato per cercarvi una verità.
Che la scommessa sia vinta lo dimostra il sempre altro senso di minaccia, di incombenza per cui un giallo è un buon giallo, ma anche, più in generale, magari su altre piste, un libro è un buon libro.

Ottima scrittura, davvero, le situazioni paiono prendere forma e questa è virtù rara. Fare immergere il lettore nella storia lo rende partecipe a tutti gli effetti. La trama si snoda pian piano, tra ricordi, flashback, colpi di scena. la ricostruisci come un puzzle ed alla fine il cerchio si chiude in maniera pregevole. Personaggi molto ben caratterizzati, dialoghi snelli, cosi da non annoiare mai. La storia scorre che è un piacere, e sembra che il libro sia più corto di quanto non sia in realtà. *Lucio Schina

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